Luca Chiaraluce

Polistrumentista - Scultore - Didatta - Art Constructor

 

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MESOCHEMACCO

C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui l'arte si tramandava nelle botteghe artigiane che ancora fiorivano nei paesi storici dell'Italia medievale. Erano gli anni 60-70 del 900, quelli dell'Italia del boom economico, quando la vita in provincia era ancora semplice e per questo estremamente dinamica, i ragazzi passavano tutto il tempo in strada, in giro per i vicoli e le piazze, tutto il paese era la loro famiglia. Questo è l'ambiente in cui è cresciuto Luca Chiaraluce, musicista polistrumentista, scultore del legno e originale liutaio. L'atmosfera di quegli anni, Chiaraluce, la rivive nel suo concerto teatrale “L'itinerario di Mesochemacco”.

Uno spettacolo completo, andato in scena il 25 novembre 2014 al Teatro Le Salette di Roma. Nel suo progetto multimediale "L’itinerario di Mesochemacco", Luca percorre insieme al pubblico un viaggio che inizia al tempo della sua infanzia, fino ad arrivare alla maturità dell'oggi. Sul palco, allestito con le sculture in legno e gli strumenti costruiti dallo stesso artista, Chiaraluce racconta a brevi stralci la vita di un personaggio immaginario, o forse no, che potrebbe essere chiunque di noi, nato intorno alla metà degli anni '60 nella provincia italiana, ma in fondo unico“... perchè unici sono gli eventi che lo hanno generato”.

Il racconto fa da introduzione ai vari passaggi musicali, in cui il polistrumentista si muove tra chitarra, contrabbasso, pianoforte e batteria, accompagnato da videoproiezioni di se stesso a strumenti diversi da quello che momentaneamente sta suonando live. Sullo sfondo insieme ai suoi alter ego cortometraggi animati da lui realizzati e brandelli dei suoi testi poetici.

Un'ora di emozione tra brani originali e standard jazz.

Alla chitarra esegue Frevo di Egberto Gismonti e Je ne sais quoi di Enrico Pieranunzi e Yes or no Wayne Shorter

Al contrabbasso Aria sulla IV corda e Corale Vachet Auf di J.S.Bach e Made in France di Biréli Lagrène

Al pianoforte “Per Elena” di L.Chiaraluce e Blue in Green di Miles Davis

Alla batteria “Africa” e “Minima fonte” di L.Chiaraluce e Seven steps to Heaven di Miles Davis.


Un esempio di performance multimediale trasversale che abbraccia più linguaggi e si serve della tecnologia per moltiplicare fino a quattro volte la figura di un musicista, o meglio di un artista definito da alcuni “più un figlio del Rinascimento che del Postmoderno”; un esperimento unico ed innovativo nel panorama jazzistico sia italiano che internazionale, che vede Chiaraluce ed i suoi “doppi” dialogare direttamente sul palco con un caleidoscopio di linguaggi estremamente elevati ed emotivamente coinvolgenti.
L’artigianalità del liutaio e del raffinato artista del legno si intersecano con l’espressività vulcanica del musicista polistrumentista creando un "itinerario" estremamente denso di sollecitazioni ma allo stesso tempo fluido perchè ogni espressione scaturisce dalla medesima fonte, Luca Chiaraluce.
       

 

 

 

 

( Qui sotto alcuni testi presenti nei cortometraggi )

 

INTORNO A MEZZANOTTE

di  Luca Chiaraluce

 

Luce riflessa

respiri,

scandite poliritmie oniriche

 

S o s p e s e

reminiscenze materiche

in metamorfosi,

genesi

di Pegaso scalpitanti

 

Piano cala

come unguento

lo sguardo

sulle pieghe in penombra

inatteso stupore

 

Luna mutante

striscia ricurva,

occhi tracciano

a mente nel buio

il mancante semicerchio,

desiderio sferico

 

Consueta evidenza

rimossa dal delirio,

le ansie in requie

cinetiche le dinamiche


 

Luce notturna

riflesso rasente

di vita recondita

parallele oscillazioni

 

Carezza materna

di esaltate virtù

e celate debolezze

 

Bagliori criptati

di inganno ai rapaci

difendono

il centro

dalle derive

dell'incoscienza

 

 

 

UOMO

di  Luca Chiaraluce

 

Nel "Profondo"

di "fondo" assente

elusa è la vanità

di afferrare essenze

eternamente fluttuanti

 

Punto cosmico

dolcissimo respiro

all'odore di terra

 

 

    

    

    

         

         

 

Testo di

MESOCHEMACCO ACRONIMO

di  Luca Chiaraluce

(INTRODUZIONE)

Se c'è qualcuno che ha ancora dei dubbi sul fatto che nel cognome di ognuno di noi è già scritta una traccia del nostro destino ascolti la storia della famiglia “Acronimo” e in particolar modo del figlio “Mesochemacco” - strano nome vero? …. Mesochemacco Acronimo … beh in realtà è 'unico' perché unici sono gli eventi che lo hanno generato.

Nato da Giovanni Acronimo e da sua moglie Maria, Mesochemacco era l'ultimo di tre figli e, se proprio dobbiamo dirla tutta, non era aspettato, se è qui con noi stasera lo deve a un certo scienziato di nome Gino Knaus che un bel giorno sperimentò un sistema di controllo delle nascite - invero poco efficace ... è proprio per questo che Mesochemacco, ogni anno, nel giorno del suo compleanno, in piena primavera, coglie una margherita e la sfoglia gettando i petali al vento in onore del mitico Gino, quante nascite inaspettate come la sua avrà generato...che Dio lo benedica.

Insomma, erano ancora tutti sorpresi dall'arrivo del pargolo, che si aprì immediatamente il dilemma del nome …. Venuto al mondo quando la pratica della “famiglia Acronimo” sembrava ormai chiusa da un pezzo, le sorelle del padre Giovanni, tutte vedove, senza figli e potenzialmente prossime alla dipartita, si erano messe ad avanzare pretese, ciascuna volendo imporre al nascituro il nome del proprio defunto marito, in cambio di veri – o presunti – lasciti ereditari.

Venne organizzata quindi una riunione di famiglia, nel tentativo di mettere tutti d'accordo.... Intorno alla tavola gli animi si scaldavano, le megere litigavano …. fino ad arrivare a scambiarsi ogni sorta di insulti - ... Giovanni, che all'inizio cercava di conciliare le posizioni di tutti, a un certo punto si spazientì e se ne andò sbattendo la porta. Era stizzito - non si possono accontentare sempre tutti – pensava, e mentre gli passava per la mente questa frase vide sotto ad un calendario appeso al muro l'intestazione pubblicitaria della norcineria COPPA; Cop. puntato Pa. Puntato, dei fratelli appunto Copernico e Paola Cortelli e fu così che proprio in quel momento gli venne l'illuminazione e tornò indietro.

Silenzio! L'urlo di Giovanni ammutolì la tavolata...... Ho deciso!... Useremo le iniziali di ciascuno dei defunti mariti delle zie cominciando dalla più anziana fino alla più giovane e così formeremo il nome! … ci fu un lungo silenzio ….. con sguardi circospetti ... poi le vetuste,prese dallo sfininimento della situazione, finalmente emanarono il verdetto.... la proposta era accettata! Aaaaahhh

I nomi in questione erano, in ordine cronologico: Mesto, Sofocle, Checco, Mario e Cosimo.

Veniva fuori così Me-so-che-ma-co, trasformato subito in Mesochemacco, con una C in più nel finale, che fu concesso aggiungere al padre per poter dire di avere messo qualcosa anche lui ... e fu così che da quella notte di maggio, finalmente, c'era una stella in più nel cielo che brillava con il suo nome proprio

 

(TRA CHITARRA E CONTRABBASSO)

Mesochemacco cresceva e si fortificava e finalmente arrivò il primo giorno di scuola della prima classe elementare... il papà Giovanni lo accompagnò e nel momento del saluto tirò fuori una copia della chiave di casa e gli disse: “Mesochemacco ormai sei grande quindi questa è la chiave di casa e da domani passando muro muro verrai da solo a scuola perché papà e mamma devono andare a lavoro”.... Una piccola lacrima a cavallo fra paura e malinconia scese in silenzio, durò un istante e poi via verso la nuova vita che lo vedeva libero di entrare ed uscire da casa a suo piacimento e di frequentare chi voleva. In un paese di 5000 abitanti agli inizi degli anni '70 si poteva ancora fare. Nonna Ardisilia, che pure lei con il nome non scherzava, preoccupata per eventuali cattive amicizie, dall'alto della sua esperienza iniziò a ripetergli giornalmente: -ricordati Mesochemacco “Meglio soli che male 'compagnati”, lui ascoltava immobile in silenzio meditando ogni volta per un attimo quasi come se questa frase contenesse per lui qualcosa di più di quello che voleva dire, poi finito il tormentone tornava in sè e via, come un fulmine in giro per il paese. E allora carrettini di legno con i cuscinetti come ruote, manubrio a corda e ovviamente freni a tacco, case sugli alberi con gli scarti delle tavole della bottega, scorpacciate di frutta direttamente dal contadino, senza il suo consenso ovviamente, via a servire la messa come chirichetto la domenica mattina per poi avere l'entrata gratis al cinema dei preti il pomeriggio, poi al parco della rocca a scoprire tutto ciò che c'era da scoprire di nuovo, scalare il muro delle suore di clausura per guardare dall'altra parte, fermarsi a vedere in silenzio gli artigiani del paese come lavoravano nelle loro botteghe, calzolai, pasticceri, falegnami,.... Presto ebbe anche un conto aperto alla pizzeria e all'alimentari dove poteva prendere tutto ciò che voleva perchè, anche se a volte potevano mancare i vestiti, allora al contrario di oggi la disponibilità del cibo era considerata il gesto più elevato di affetto che un genitore dimostrava nei confronti di un figlio.....Molti dei suoi compagni abitavano ai piedi della collina in una zona di terra molto fertile bagnata dal tevere, e delle volte, di pomeriggio, Mesochemacco partiva con la sua graziella bianca di ottava mano, parafanghi cromati e cavalletto, che allora era un optional d'avanguardia, fissava un pezzo di cartone fra i raggi con una molletta che simulava il rumore del motore e pedalava instancabile fino a raggiungere uno dei suoi amici in campagna, per giocare con gli animali o cercare vermi in mezzo al letame per andare a pesca di cavedani nel fiume, ritornava alla sera stremato ma sempre con una grande nuova gioia nel cuore.

Quando il tempo era brutto Mesochemacco passava pomeriggi interi a trafficare con gli arnesi da lavoro alla bottega del padre Giovanni che era Scultore, negli anni dell'adolescenza imparò a lavorare il legno …. lo faceva come fosse un gioco...“Fa' attenzione t'ho detto che se te taji … gli scalpelli non perdonano”... gli urlava ogni tanto il Babbo …. e fu così... che pian piano attraverso la scultura, sicuro già da allora della presenza di un suo “Io” ancestrale, profondo e puro, capì... che nella vita per aggiungere valore a qualsiasi cosa si deve togliere e far emergere ...e non al contrario immaginare vuoti inesistenti da riempire,... noi non siamo vuoti, nessuno è vuoto, l' “inversamente proporzionale” divenne così un suo motto interiore ...che lo guidò per sempre alla ricerca dell'equilibrio.

 

(TRA CONTRABBASSO E PIANOFORTE)

Sapete quei momenti in cui per motivi sconosciuti ci si sente in totale armonia con tutto ciò che è fuori e tutto ciò che è dentro al di là di ogni luogo e di ogni tempo? A Mesochemacco, ormai uomo, spesso capitava di sentirsi così, vuoi una dose di grazia divina, vuoi la sana e spartana educazione ricevuta o il continuo contatto con la natura, vuoi quello che vuoi insomma questo capitava e lui sentiva la presenza di questa luce dentro, era come una energia pulita, come una fusione fredda, come se ci fosse stata così tanta felicità nell'universo della quale usufruire da non poter perdere più tempo con tutto ciò che rilasciava “scorie”, energia racchiusa in una qualsiasi fonte minima di ispirazione dal dentro o dal fuori, una pura coscienza di essere vivo, il tempo era percepito verticale come spazio intero, ed era lo stesso spazio che lui fisicamente occupava, non quindi il susseguirsi di eventi orizzontali in divenire. Tutto era già lì totalmente nel presente… privo di menzogna e paura, forse felicità o forse pura e semplice “esistenza” ma in assenza di tutto ciò che oggi di solito si pensa essa sia.

 

 (TRA PIANOFORTE E BATTERIA)

Mesochemacco a questo punto aveva visto, e vissuto, e sentiva che la stagione del raccolto era lì, e i frutti di ciò che aveva compreso erano maturi e pronti per essere mangiati, si rese conto che aveva camminato insieme a tanti ma che in fondo aveva vissuto da solo, come tutti, per questo gli tornava in mente la nonna quando da bambino gli diceva ad intermittenza “meglio soli che male 'compagnati” e considerando che il destino spesso è scritto proprio nel nome si accorse dopo tutti questi anni che Mesochemacco era l'esatto “acronimo” di “meglio soli che male 'compagnati”...me-so-che-ma-cco ... ma questo provocò in lui nulla più di una scrollata di spalle, “tutto torna” si disse fra sè e sè, “tutto torna” ..... soprattutto tornava finalmente ciò che nelle sue riflessioni giovanili gli sembrava così lontano da raggiungere e che oggi invece era la gran parte di se stesso, si accorse che era diventato ciò che il suo cuore aveva desiderato, aveva capito che alleggerendo il bagaglio si può diventare così piccoli da poter passare attraverso la cruna di un ago, e infine che probabilmente non c'è nessuno al di fuori di noi che possa indicarci il giusto cammino che ci porta alla felicità e alla coscienza perchè il modo migliore per allontanarsi da esse, e da Dio, è proprio quello di pensare di sapere già dove sono.